A volte accadono quelle “congiunture astrali” che non hanno per niente a che fare con il cielo e gli astri, ma che sembrano piuttosto, un modo sorprendente di alcune cose scollegate di mettersi in ordine o di mostrarsi all’improvviso come gli indizi di un unica caccia al tesoro, che conducono al medesimo obiettivo finale.

A me sono accadute nell’ordine queste cose apparentemente senza collegamento fra loro:

  • sono a casa in quarantena per il covid 19,
  • nel tempo libero sto guardando una serie suggeritami dalla mia figlia più grande: “Orange is the new black” ambientata in un carcere federale femminile negli Stati Uniti,
  • navigando su internet ho trovato la foto di un cavallo legato ad una sedia di plastica,

Scarabocchio appunti su un block notes, qui fuori in giardino, alla ricerca di idee e all’improvviso il mio cervello mette insieme cavalli, prigione, quarantena (che poi è una specie di prigione anche questa) e capisce che questo articolo, deve parlare, tra le altre cose, del mio amico Claudio Villa fondatore e presidente del progetto Cavalli in carcere e dell’Associazione no profit Salto Oltre il Muro (ASOM) per raccontarvi come si possa, sentirsi liberi, anche entro i faticosi muri, che la vita ci pone.

I muri sono sempre prigioni?

Claudio Villa ha fatto una cosa straordinaria, una cosa che va oltre ad ogni logica e schema mentale: portando i cavalli in carcere li ha liberati, salvandoli dalla macellazione, dalle corse clandestine o sottraendoli, a seguito di sequestro, da una cattiva gestione; ma non è tutto. Portando i cavalli in carcere Claudio ha abbattuto i muri dell’isolamento, della solitudine, dell’abbandono dei detenuti e ha dato loro l’opportunità di recuperare le proprie qualità individuali, ha dato loro la possibilità di creare nuove opportunità di lavoro e di sperare nel futuro.

Io ci sono stata in questo maneggio nel carcere di Bollate, oasi in un deserto di cemento e desolazione; passati i controlli e i metal detector ho trovato un branco di cavalli liberi di pascolare, correre, giocare insieme a un gruppo di uomini e ho avuto, pur essendo dentro, una assoluta sensazione di essere fuori.

Claudio ha fatto una magia e lo ha fatto con amore, passione, coraggio, tenacia, forza di volontà e di abnegazione. Claudio ha fatto la magia di portare in carcere la libertà attraverso il pensiero laterale, la creatività le sue idee illuminate e una forte motivazione.

 

Se Claudio ci è riuscito in un contesto così complicato, e ne sono testimoni veterinari e psicologi  dell’Università degli Studi di Milano che da anni studiano, in questo maneggio, l’empatia e la regolazione delle pulsioni; per quale motivo non dovremmo riuscirci tutti noi, nelle nostre più semplici vite?

Cosa abbiamo in testa

In questo periodo ho sentito spesso paragonare la quarantena alla prigione e mi è sembrato davvero un paragone azzardato (sono televisivamente in prigione da 7 stagioni con “Orange is the new black” e il carcere è proprio un altra cosa!!!).

E’ vero, siamo soggetti a delle limitazioni in termini di contatti sociali e libertà di spostamento ma siamo pur sempre nelle nostre comode case con tutti i comfort a disposizione. Possiamo scegliere di impastare dolci o fare le bolle di sapone in balcone, possiamo suonare la chitarra o guardare un film, possiamo leggere e rilassarci, possiamo inventare, costruire lavorare.

Siamo nella dimensione che solitamente desideriamo con ardore: lontano dagli obblighi e dalle pressioni possiamo anche prenderci la libertà di non fare proprio niente. Se in questo “confine”, stiamo così male forse è perché non sappiamo vedere la bellezza di quello che c’è dentro.

Possiamo chiederci: perché ci sentiamo in prigione? Quando nella nostra mente abbiamo cominciato a costruire questa gabbia? Quali e quante altre situazioni  ci fanno sentire in questo modo? 

Quello che sentiamo e pensiamo è reale, ai nostri occhi, esattamente quanto quello che viviamo, quindi è possibile che la relazione che stiamo vivendo o il lavoro che facciamo ci facciano sentire incastrati, imprigionati, rinchiusi anche se in realtà non lo siamo. Lo spazio entro cui abbiamo deciso di vivere, lo abbiamo scelto consapevolmente o ci siamo ritrovati semplicemente li? Siamo circondati da valicabili barriere o siamo indiscutibilmente chiusi in una gabbia?

Forse abbiamo nella testa delle idee sbagliate che ci stanno influenzando e ci siamo talmente affezionati a queste idee che è difficile anche solo pensare di poter cambiare le cose.

Quando le catene mentali sono più forti di quelle fisiche

“Non tutte le prigioni hanno le sbarre: ve ne sono molte altre meno evidenti da cui è difficile  evadere, perché non sappiamo di esserne prigionieri. Sono le prigioni dei nostri automatismi culturali che castrano l’immaginazione, fonte di creatività” Henri Laborit

Consapevolezza e contatto con la realtà

Come sempre sono i cavalli a suggerirmi delle risposte con i loro comportamenti. Li guardo dentro ai loro recinti e mi domando cosa gli impedisca di andare oltre ai loro confini. Perché non saltano? Hanno gambe lunghe e muscoli adatti, sono talmente grandi e forti che, se volessero, potrebbero anche sfondare con il petto questi recinti. E allora perché non saltano? Perché non si liberano dalle corde con cui a volte li tratteniamo?

Lasciando echeggiare queste domande dentro di me e confrontandomi con la mia super esperta in comportamento equino, durante una fila fuori dal supermercato condivisa in chat, ho capito che ci sono due possibilità.

Ci sono cavalli che vivono una condizione molto simile alla prigionia: isolati dai loro simili, in spazi ristretti, privati della possibilità di soddisfare i loro bisogni di esplorazione e scoperta che hanno dovuto sviluppare una forma di difesa e di resilienza per cui hanno imparato a rispettare i confini, sono cresciti in cattività e, come gli uccelli che vivono in gabbia, non sanno a cosa servono le ali. Hanno imparato che il loro orizzonte ha un limite, ci hanno fatto l’abitudine.

Oppure  semplicemente non sono confidenti con il proprio potenziale, non sono pienamente a conoscenza che quei salti e quelle rampate che fanno per giocare, se ben organizzate, possono servire ad andare oltre a quei muri; o scelgono adattandosi ad una condizione di mancata libertà, di limitare le loro capacità espressive.

Potrebbe anche essere che affrontare un mondo sconosciuto in qualche modo faccia paura, che sia percepito più sicuro restare in uno spazio conosciuto, dove acqua e cibo sono garantiti, piuttosto che avventurarsi. Per modificare il proprio comportamento, infatti, è necessario, più dell’energia, della forza, della giovinezza e dell’intelligenza, avere una spinta a soddisfare un bisogno, che arrivi da dentro.

“Io dico che queste mura sono strane: prima le odi, poi ci fai l’abitudine, e se passa abbastanza tempo non riesci più a farne a meno: sei istituzionalizzato. È la tua vita che vogliono, ed è la tua vita che si prendono. La parte che conta almeno.” Morgan Freeman – Ellis Boyd ‘Red’ Redding

Ci sono cavalli invece, che vivono in gestione naturale, condividendo lo spazio con i loro simili, avendo a disposizione il cibo di cui hanno bisogno, lo spazio per il movimento, sufficienti territori da esplorare e una vita libera. Dove sono hanno esattamente tutto quello che serve, vivono la pienezza delle cose che hanno nel qui e ora, per stare bene, e non hanno motivo di desiderare di più. 

Oasi Equiluna

Trovare se stessi e godersi la vita

Quando si comincia a osservarsi, a guardarsi dentro, a individuare i pensieri e i sentimenti che ci attraversano, a conoscere le proprie preoccupazioni, si scoprono anche i propri bisogni e le proprie motivazioni.

Spesso questi bisogni sono proprio legati alle cose più semplici, a quello che ci dà piacere e nutrimento: godere del cibo, della compagnia degli amici, esplorare e scoprire nuovi mondi, avere progetti, prendersi cura di se stessi e delle persone che si amano.

In questo particolare momento abbiamo l’occasione, di fare questo viaggio dentro noi stessi e scoprire che quello che adesso ci sembra un confine è in realtà un modo per vedere quanto è infinito il nostro mondo interno (Cit. Malavasi). A volte ci perdiamo nella nostra mente e dietro ai nostri ideali, ci adattiamo alle situazioni al punto di perdere tutto questo.

Ma se rallentiamo, gustiamo, annusiamo e ascoltiamo, diamo la possibilità ai nostri sensi di risvegliarsi. Aprire lo sguardo su noi stessi ci darà nuovi occhi per guardare alle nostre vite oppure la spinta di saltare oltre.

Quando abbiamo, ovviamente, escluso dalla nostra vita le situazioni di reale sofferenza e malessere (la reclusione, la violenza, la malattia, la mancata realizzazione…) abbiamo la totale libertà di decidere cosa vogliamo fare. Possiamo restare a goderci quello che abbiamo o scegliere di ampliare i nostri orizzonti alla scoperta di nuovi mondi e saltare!

“Impara a volare sulle ali dei tuoi sogni. Ascolta il battito dei tuoi desideri” Antony De Mello